Metti a fuoco l'opera di Dio
Chiesa Cristiana in Italia
La lettera ai Galati, in particolare nei primi cinque versetti del capitolo 3, ci pone di fronte a interrogativi spirituali di vitale importanza. L'apostolo Paolo si rivolge ai credenti della Galazia in modo molto diretto, chiamandoli "insensati", perché avevano perso di vista l'essenza stessa della loro fede. Ricorda loro che Gesù Cristo era stato pubblicamente esposto crocifisso davanti ai loro occhi, un fondamento che non poteva essere dimenticato. La domanda centrale che Paolo pone loro, e che lo Spirito Santo pone alla Chiesa oggi, è questa: "Questo soltanto voglio sapere da voi: avete ricevuto lo Spirito per mezzo delle opere della legge o mediante l'ascolto della fede?". Questo interrogativo ci costringe a guardare indietro per ricordarci come abbiamo iniziato il nostro cammino e con quale attitudine lo stiamo proseguendo.
Paolo evidenzia un paradosso spirituale estremamente pericoloso: aver cominciato con lo Spirito per poi cercare di raggiungere la perfezione e il compimento con la carne. È una dinamica che, purtroppo, può verificarsi anche nella nostra vita dopo molti anni di conversione. Abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, il perdono e la salvezza non perché eravamo perfetti, né perché seguivamo meticolosamente un elenco di regole religiose, ma semplicemente perché abbiamo ascoltato il messaggio del Vangelo e lo abbiamo accolto con una fede semplice e pura. Tuttavia, con il passare degli anni, rischiamo di dimenticare questa profonda semplicità iniziale e di cercare di sostenere la nostra vita spirituale attraverso i nostri sforzi, le nostre logiche o il nostro presunto bagaglio di esperienza.
Per comprendere meglio questa insidiosa dinamica, possiamo fare riferimento a una condizione fisiologica comune a quasi tutti noi: la presbiopia. Quando si supera una certa età, solitamente intorno ai quarant'anni, molti iniziano ad avere bisogno degli occhiali per vedere da vicino. Non è un difetto che si manifesta all'improvviso, ma una degradazione lenta e progressiva. Il cristallino dell'occhio, a causa dell'invecchiamento, dell'alimentazione e del nostro stile di vita, si irrigidisce e perde la sua naturale elasticità. Di conseguenza, non riusciamo più a mettere a fuoco le cose vicine, e persino i colori, che un tempo ci apparivano nitidi e accesi, iniziano a sembrarci sbiaditi. L'unico modo per recuperare la nitidezza visiva è arrendersi alla realtà e indossare un paio di occhiali. Quando finalmente li mettiamo, ci accorgiamo di colpo di quanto la nostra vista fosse compromessa e di quanto i colori fossero in realtà ancora vivi.
Questa condizione fisica è una metafora incredibilmente accurata di ciò che accade nella nostra vita interiore. Con il passare del tempo—dopo dieci, trenta o anche cinquant'anni di militanza spirituale—anche il nostro "cristallino spirituale" tende a indurirsi. Non smettiamo di credere, non abbandoniamo la chiesa, continuiamo a pregare e a servire il Signore; eppure, la nostra visione si offusca. Le cause di questo indurimento sono i colpi duri che la vita ci ha inflitto: le delusioni inaspettate, le sofferenze prolungate, le preghiere per le quali non abbiamo ricevuto la risposta sperata. Abbiamo forse visto credenti o persone care allontanarsi, abbiamo assistito al fallimento di progetti o ministeri che sembravano promettenti, abbiamo attraversato crisi familiari e personali profonde.
Tutte queste esperienze negative, sedimentandosi dentro di noi anno dopo anno, formano una lente sbiadita attraverso la quale iniziamo a filtrare l'opera di Dio. Senza nemmeno rendercene conto, cominciamo a valutare la potenza del Signore unicamente attraverso il filtro di quelle delusioni. Rischiamo così di sminuire ciò che Dio ha fatto per noi, convincendoci che i "colori" della fede e della potenza di Cristo non siano più quelli di un tempo. Iniziamo a guardare alle cose spirituali in bianco e nero. Diventiamo rassegnati o, come amiamo giustificarci per proteggerci da ulteriori delusioni, diciamo di essere semplicemente diventati "più realisti", dimenticando la potenza travolgente con cui abbiamo accolto lo Spirito Santo all'inizio del nostro cammino.
Di fronte a questo gravissimo rischio, l'apostolo Paolo rivolge ai Galati un'altra domanda provocatoria: "Avete sofferto tante cose invano?". In tutti questi anni, abbiamo attraversato battaglie, abbiamo pianto, abbiamo resistito a innumerevoli tentazioni. Quando eravamo immersi in quelle prove, abbiamo faticato e sofferto. Ma il fatto stesso che oggi siamo ancora qui a glorificare Dio significa che abbiamo vinto. Le sofferenze ci hanno forgiato e quelle vittorie appartengono al Signore. Non dobbiamo mai svalutarle. L'amarezza o l'abitudine non devono cancellare la certezza che l'opera che Dio ha iniziato in noi era autentica. Dobbiamo dichiarare con forza che le nostre sofferenze non sono state inutili; noi siamo il frutto di un miracolo duraturo.
Il pericolo maggiore di questa "presbiopia spirituale" è che ci rende ciechi rispetto all'opera presente e attuale del Signore. Quando il nostro sguardo è sbiadito, tendiamo a vivere di ricordi. Raccontiamo di come Dio operava potentemente trent'anni fa, di quando eravamo giovani nella fede, parlando dell'azione dello Spirito sempre e solo al tempo passato. Ma Paolo, nel versetto 5, riporta prepotentemente l'attenzione al presente: "Colui dunque che vi somministra lo Spirito e opera potenze tra voi, lo fa in base a opere di legge o in base ad ascolto di fede?".
Dobbiamo porre grande attenzione a quel tempo verbale: Colui che vi somministra lo Spirito *oggi*, Colui che compie opere potenti in mezzo a voi *oggi*. L'agenzia gloriosa di Cristo mediante il Suo Spirito non è un evento relegato al passato. Cristo è attivamente all'opera nella nostra vita e nella nostra comunità in questo esatto momento. Ma se non ci mettiamo gli "occhiali della fede", non riusciremo a scorgere la Sua mano. Guarderemo le guarigioni, i cuori trasformati, le risposte alle preghiere dei nostri fratelli, e tenderemo a minimizzarle o a dubitarne. Dobbiamo avere l'umiltà di toglierci le lenti del cinismo e indossare di nuovo quelle della fede semplice, per riconoscere che Dio sta compiendo ancora miracoli proprio qui, in mezzo a noi.
Questo richiede da parte nostra un deciso salto di qualità spirituale: dobbiamo passare dalla sponda del credere che "Dio può" alla sponda del credere saldamente che "Dio vuole". Ormai, per esperienza o per dottrina, tutti noi sappiamo che Dio è onnipotente; nessuno di noi dubita che Egli "possa" fare qualsiasi cosa. Ma la fede genuina non si ferma alla teoria. La vera sfida è credere che Dio "vuole" intervenire oggi. Pensiamo a Marta di fronte al sepolcro del fratello Lazzaro: ella sapeva che Cristo avrebbe risuscitato i morti nell'ultimo giorno. La sua fede era reale, ma proiettata in un futuro lontano. Gesù la sfidò a credere che Egli era la risurrezione e la vita in quel momento esatto, nel suo dramma presente.
La medesima sfida è rivolta alla nostra chiesa oggi. Credi tu che il Cristo glorificato voglia guarire, liberare e restaurare la tua vita e quella dei tuoi fratelli oggi? Non dobbiamo filtrare la Parola predicata attraverso le nostre ferite passate, ma dobbiamo tornare a riceverla mediante "l'ascolto della fede", come la prima volta. Non permettiamo che l'abitudine annulli la nostra aspettativa. Togliamo il disincanto, onoriamo ciò che il Signore ha fatto ieri e alziamoci in piedi per chiedergli di operare oggi. PresentiamoGli i nostri pesi, sapendo che non serviamo un Dio del passato, ma il Signore vivente che ancora somministra il Suo Spirito e compie potenze in chi crede.
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Pagina pubblicata il 08/02/2017 15:19:43 - revisione n° 2 del 08/02/2017 15:33:26






